Il salvataggio dei fenomeni: i fisici pluralisti.
Se anche l’essere è “uno”, così come dimostrato da Parmenide (e che difficilmente si può confutare) ciò non toglie che esso appaia come molteplice. Il problema è riuscire, di questo molteplice, a dire comunque qualcosa di vero, di “plausibile”.
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Libro: | Il salvataggio dei fenomeni: i fisici pluralisti. |
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Data: | venerdì, 4 aprile 2025, 00:55 |
1. I principi dell’Essere
Se anche l’essere è “uno”, così come dimostrato da Parmenide (e che difficilmente si può confutare) ciò non toglie che esso appaia come molteplice. Il problema è riuscire, di questo molteplice, a dire comunque qualcosa di vero, di “plausibile”.
Perché questo sia possibile deve esserci, dell’essere, qualche principio (necessariamente più di uno) che renda diversi i modi di essere dell’Essere dando così ragione dei fenomeni per come essi appaiono.
Per evitare di fare ragionamenti troppo contorti farò un banalissimo esempio:
“Il sole è giallo”
Questo è indubbiamente un giudizio falso, almeno secondo la teoria di Parmenide, o comunque non un giudizio necessariamente vero (secondo anche il senso comune) perché tutti sappiamo che il colore degli oggetti dipende dalla luce e dagli occhi di chi lo vede. Possiamo però senza dubbio affermare che “se vedo il sole giallo (se mi appare giallo) una causa ci deve essere, e questa causa sarà nell’unica cosa che è causa sia del sole che di me che lo guardo: dell’Essere. Quindi anche le apparenze poggiano la loro causa nell’Essere e quindi, come detto prima, nell’Essere ci devono essere dei principi che descrivono l’Essere (sono della sua stessa qualità) ma lo fanno apparire in modi diversi (lo differenziano nella quantità).
I principi sono descritti in modi diversi a seconda dei filosofi che se ne sono occupati e che vediamo di seguito. Tutti questi filosofi sono chiamati “pluralisti” perché con la ricerca di principi dell’essere di fatto presuppongono che l’archè non sia uno ma siano molti.
2. Empedocle
Per Empedocle i principi dell’Essere sono quattro, le chiamava radici e sono, in ordine dal più leggero al più pesante: fuoco, aria, acqua e terra.
Da questo postulato alcune conseguenze:
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Le radici, essendo principi dell’Essere, si trovano in ogni cosa che è, o ente, e danno la spiegazione di ogni fenomeno (o apparenza).
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Le radici si trovano in ogni ente ma in quantità diverse il che spiegherebbe il perché i fenomeni appaiono in modo diverso.
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Un fenomeno, per definizione, essendo una apparenza, necessita di un soggetto (che osserva) e un oggetto (che è osservato) e nel rapporto tra i due che sta la causa dell’apparenza.
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Sia il soggetto che l’oggetto sono enti, quindi composti di radici, ma di quantità diverse, e nella loro diversità che si ottiene il funzionamento della conoscenza: il soggetto percepisce l’oggetto, come diverso da sé, dalla diversa quantità di radici che compongono se stesso dall’oggetto osservato. Il principio noto come il simile conosce il simile spiega che le radici di Aria del soggetto percepiscono le stesse radici di aria che compongono l’oggetto e quindi ne percepiscano la differenza, e così per le altre radici di fuoco, terra e acqua.
Salvare i fenomeni, nel loro complesso, deve salvare anche quello che è un elemento costitutivo dei fenomeni stessi e che Parmenide ha fortemente negato: il movimento.
Poiché anche il movimento deve essere costituito dalle radici è necessario che le radici possano aggregarsi e disgregarsi in modi diversi e incessantemente, ma perché questo avvenga, non senza una causa, Empedocle è costretto ad introdurre delle forze che rendano questo possibile: una forza aggregante (che chiama Amore) e una disgregante (che chiama Odio). Perché i fenomeni siano conoscibili è necessaria l’interazione di entrambe le forze giacché se vi fosse solo Amore tutte le radici sarebbero aggregate, non pemettendo la separazione tra ente soggetto e ente oggetto, e vi fosse solo Odio tutte le radici sarebbero disgregate non permettendo la composizione di enti (che necessitano, per essere, di tutte e quattro le radici).
«Ma un'altra cosa ti dirò: non vi è nascita di nessuna delle cose mortali, né fine alcuna di morte funesta, ma solo c'è mescolanza e separazione di cose mescolate, ma il nome di nascita, per queste cose, è usato dagli uomini. » (Empedocle, D-K 31 B 8)
3. Anassagora
Per Anassagora quattro radici non sono sufficienti a dare ragione alla varietà e alla diversità dei fenomeni e della loro mutevolezza. Per Anassagora, anzi, nessun numero finito di principi sarebbe sufficienti e allora introduce l’idea che i principi costitutivi dell’Essere siano semplicemente infiniti, esattamente come sono infiniti i modi di essere dell’Essere.
Questi principi Anassagora li chiama semi o omeomerie.
Tutti gli enti, come per Empedocle, devono essere composti di tutte le omeomerie (o sarebbe come dire che qualcosa che è manca di qualcosa dell’Essere), ma essendo le omeomerie infinite è allora necessario che esse siano divisibili all’infinito restando sempre, qualitativamente, uguali a loro stesse (da qui il significato etimologico del termine omeomeria).
La divisibilità all’infinito dei semi tra l’altro spiegherebbe bene anche il movimento dei corpi giacché per non dover ammettere l’esistenza del vuoto (assenza di semi e quindi di essere) in cui i corpi dovrebbero muoversi è necessario che i corpi possano compenetrarsi e questo è possibile solo se i semi di cui sono composti i corpi sono appunto divisibili all’infinito.
Anche per Anassagora è necessario che qualcosa muova i corpi perché possano muoversi e trasformarsi ma dice che sia sufficiente una sola forza (e non due, come in Empedocle) e chiama questa forza Nous (parola di difficile traduzione, potremmo tradurla Intelletto ma anche Spirito, quindi diremo qualcosa come Intelligenza Cosmica): il che sta a significare che tutto ciò che si muove si trasforma, come aggregazione e disgregazione di atomi, non lo fa per caso ma seguendo una rigida legge razionale che è quella decisa dall’Intelletto Cosmico (una sorta di Legge Universale).
«Dopo che l'Intelletto dette l'avvio al movimento, dal tutto che era mosso iniziavano a formarsi [le cose] per separazione, e quel che l'Intelletto aveva messo in movimento, tutto si separò. E la rotazione di quanto era mosso e separato aumentava di molto il processo di separazione. » (frammento 13)
4. Democrito
Ripensiamo a Zenone di Elea e ragioniamo così: se un corpo, per muoversi, deve attraversare infiniti punti non arriva mai. Deve aver pensato questo Democrito quando critica Anassagora sulla divisibilità all’infinito dei semi. I costituenti dell’Essere, per Democrito, devono essere necessariamente un numero finito e non divisibili all’infinito (e per questo li chiama Atomi) per non incorrere nuovamente nei paradossi di Zenone. Ma se gli atomi che compongono un corpo sono un numero finito due sono le conseguenze:
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Non tutti i corpi sono composti di tutti gli atomi (corpi diversi hanno atomi diversi, oltre che in quantità diverse)
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Oltre agli atomi deve esistere il vuoto
L’esistenza del vuoto è forse il problema più grave per Democrito da affrontare. Come trattarlo? Se gli atomi sono l’Essere, il vuoto necessariamente corrisponde al non-essere di Parmenide, quello che non si può neppure pensare.
Se la realtà è composta solo di Atomi non ho bisogno, dice Democrito, di introdurre forze al di fuori di essi per giustificarne il movimento: il movimento degli atomi è negli atomi stessi, il che sarà la base del futuro meccanicismo secondo il quale tutta la realtà può essere spiegata semplicemente come Materia e Movimento.
La seguente citazione non è di Democrito ma di un meccanicista moderno (l’astronomo francese Laplace) che però esemplifica particolarmente bene cosa sia il meccanicismo che ha origine proprio con il pensiero di Democrito, pensiero con il quale si chiude la prima stagione della filosofia greca, quella detta “fisica”.
« Noi dobbiamo considerare lo stato presente dell’universo come l’effetto di un dato stato anteriore e come le causa di ciò che sarà in avvenire. Una intelligenza che, in un dato istante, conoscesse tutte le forze che animano la natura e la rispettiva posizione degli esseri che la costituiscono, e che fosse abbastanza vasta per sottoporre tutti i dati alla sua analisi, abbraccerebbe in un’unica formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo come quello dell’atomo più sottile; per una tale intelligenza tutto sarebbe chiaro e certo e così l’avvenire come il passato le sarebbero presenti.» (Pierre de Laplace, Teoria analitica delle probabilità, 1812)