La scoperta del Nuovo Mondo e gli Imperi Coloniali
5. Lo sfruttamento coloniale
La schiavitù fu subito ammessa in questi nuovi territori già da Colombo. Poi istituzionalizzata dalla regina nel 1503 costringendo gli indios ai lavori pesanti chiamati corvees.
Questo sfruttamento iniziale indiscriminato, volto al saccheggio delle risorse, fece morire la quasi totalità della popolazione locale così che, quando lo sfruttamento fu più organizzato, si pensò come impiegare i pochi nativi rimasti in modo da evitare conflitti tra i conquistadores.
Nasce l'istituzione dell'encomienda: l'affidamento cioè a un colono di un pezzo di terra e dei servi a essa annessi (una sorta di servitù della gleba). Il colono in cambio si impegnava nella difesa della terra e nella conversione degli indios alla religione cattolica.
Per assicurarsi il maggior controllo possibile delle colonie venne istituita in Spagna la casa de contratacion per regolamentare tutti i traffici e le ricchezze arrivate dal nuovo mondo.
Nel 1512 con le leggi di Burgos, fortemente volute dai frati domenicani, si tentò di limitare lo sfruttamento regolamentando il lavoro e il salario degli indios. Queste leggi hanno scarsa efficacia. Lo sfruttamento dei coloni non conosceva sosta sottoponendoli ai lavori più massacranti spesso in miniera per la raccolta di oro o perle di cui non conoscevano neppure l'importanza e lasciandosi spesso morire.
Nel 1542 Carlo V con le Leggi nuove vieta la riduzione in schiavitù degli indios. Queste fece sì che si iniziò a importare schiavi dall'Africa. Principali mercanti di schiavi erano i portoghesi che li acquistavano lungo le coste africane in cambio di manufatti e armi, quindi li vendevano nelle americhe in cambio di zucchero e melassa che rivendavano in Europa. Questo dette vita al cosiddetto commercio triangolare fra tre continenti.