Crollo della borsa di Wall Strett e New Deal

1. Il crollo

Introduzione alla crisi del 1929

Alla fine degli anni Venti il mondo sembrava avviato a superare i traumi della Grande Guerra, anche perché i rapporti fra le potenze mondiali attraversavano una fase di distensione e anche “il problema tedesco” sembrava avviato a una soluzione equilibrata soprattutto in seguito al Patto di Locarnodel 1925.    

Ma in questo quadro di apparente stabilità politica e sociale, nel 1929 si abbatté, prima negli Stati Uniti e poi nel mondo intero, una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica destinata a cambiare le sorti del Novecento. 

Quella che avrebbe preso il nome di Grande Depressione, fece sentire i suoi effetti sia sulla politica che sulla cultura del tempo influenzando così lo sviluppo storico delle società occidentali. Sconvolse i vecchi assetti, accelerò le trasformazioni già in atto e mise in moto una catena di eventi che avrebbero presto portato a un nuovo conflitto mondiale

Come ha scritto lo storico Eric Hobsbawm ne Il secolo breve, la storia dell’economia mondiale a partire dalla Rivoluzione industriale era stata una storia di progresso storico accelerato, di continua crescita economica e, sebbene nel corso degli anni si fossero presentate delle curve cicliche e fisiologiche, nel 1929 per la prima volta nella storia del capitalismo questa fluttuazione negativa mise in ginocchio l’intero sistema economico mondiale.  

Per avere una stima reale delle sue conseguenze, basti pensare che senza il crollo dell’economia del 1929 non ci sarebbe sicuramente stato nessun Hitler e quasi certamente non ci sarebbe stato nessun Roosevelt

È altresì molto improbabile che il sistema sovietico sarebbe stato considerato come una seria alternativa economica al capitalismo mondiale. La storia dell’intero pianeta risulta dunque incomprensibile se non si comprende a pieno l’enorme impatto che la crisi economica ha avuto da lì in poi.  

La crisi del 1929 nell’Età del Jazz e la società dei consumi


Agli inizi degli anni Venti, quando ormai la Prima Guerra Mondiale era terminata, il dollaro americano era la nuova moneta forte dell’economia mondiale e per gli statunitensi cominciò un periodo di grande prosperità che prese il nome di Età del Jazz(1918-1929), magistralmente raccontata nei principali romanzi di Francis Scott Fitzgerald, lo scrittore americano che in quegli anni scriveva dell’USA gaia, ricca e spensierata dal primo dopoguerra, vittoriosa, quando il sogno americano pareva realizzato. Tra i suoi più celebri romanzi di quel periodo ci sono Di qua dal paradisoBelli e dannati Il grande Gatsby.  
Da quel momento in poi proprio dagli Stati Uniti si cominciò a diffondere in tutto il mondo il fenomeno industriale della produzione in serie, il che favorì notevolmente un aumento della produttività e del reddito nazionale. Questa nuova espansione industriale portò anche notevoli mutamenti nell’organizzazione della vita quotidiana. 

A metà degli anni Venti, infatti, tra le strade di New York e Chicago circolavano numerose automobili della Ford, una ogni cinque abitanti (in Europa, invece, solo una su ottantatré) e l’uso degli elettrodomestici come radio, frigoriferi e aspirapolveri si era largamente diffuso nelle famiglie grazie anche alla facilitazione finanziaria della rateizzazione. Nasceva la società dei consumi

Crisi del ’29: prima la crisi dei valori, poi quella economica

Dal punto di vista politico c’era l’egemonia del Partito Repubblicano, che vedeva nei due presidenti che si succedettero in quegli anni (Warren G. Harding, 1921-1923, e Calvin Coolidge, 1923-1929) i massimi esponenti di una politica economica che promuoveva l’accumulo della ricchezza privata a scapito di opere in favore delle classi più povere.  

Così, mentre gli operai di alcune industrie erano favoriti sul piano retributivo e assistenziale, assai misere restavano le condizioni di vita e di lavoro degli operai comuni, afroamericani e immigrati.  

A tutto ciò si aggiunse una diffusa ondata di conservatorismo ideologico che investì le minoranze nazionali e razziali, con leggi limitative all’immigrazione per impedire la contaminazione della popolazione yankee(gli americani del nord-est i cui avi arrivarono prima del 1776) e la diffusione di ideologie sovversive europee, come il bolscevismo.   

Il punto limite di questa reazione fu il caso del processo ai due anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzettiaccusati di omicidio con una montatura giudiziaria e condannati a morte nel 1927 nonostante le numerose prove della loro innocenza. 

Contemporaneamente ci fu un’ondata discriminatoria nei confronti della popolazione di colore, con la setta del Ku Klux Klan espressione del razzismo più isterico. Inoltre, alcune strade delle principali città americane vedevano quasi ogni giorno pericolosi regolamenti di conti tra bande rivali di gangster (Al Capone, Meyer Lansky e John Dillinger). Erano del resto anche gli anni del proibizionismo combattuto con la crescita di bar clandestini (chiamati speak-easy) che servivano alcool di contrabbando a volontà a chi possedeva molto denaro.  

La crisi del 1929: storia e caratteristiche

Tuttavia, questa realtà sociale così articolata e contraddittoria, non intaccava l’ottimismo della borghesia americana e la sua fiducia nella moltiplicazione delle ricchezze. Ma il diffuso clima di incontenibile euforia speculativa, che aveva teatro a Wall Street sede della Borsa di New York, poggiava su fondamenta assai fragili. Ecco perché la crisi che presto sarebbe seguita fu il più grande terremoto mondiale che i maggiori storici dell’economia abbiano mai registrato sulla scala Richter.

La grande domanda di beni di consumo aveva fatto sì che l’industria producesse quantità sproporzionate alla possibilità di assorbimento del mercato interno. Si registrò così, in maniera costante dal 1920 in poi, un graduale crollo dei prezzi e successivamente anche della produzione industriale. Inoltre, la più grande economia mondiale, quella statunitense, forniva al resto del mondo molti prodotti e poche materie prime

Così facendo, aveva riportato la propria economia indietro di almeno vent’anni, rendendola isolata (ma non per questo immune) dalle minacce di crisi economiche proveniente dal resto del mondo, soprattutto dall’Europa in ricostruzione (ad esempio la Germania), attraverso la costruzione di barriere doganali, pur sapendo che questo significava lo smantellamento del sistema mondiale del commercio su cui si basava si fondava la loro prosperità.  

Di conseguenza, già nelle prime settimane di settembre del 1929 i titoli di Wall Street raggiunsero i livelli più elevati. Nonostante il diffuso clima di allerta, a cui  seguirono alcune settimane di profonda incertezza economica, il 22 ottobre, il presidente della National City Bank dichiarò: "Non mi risulta ci sia nulla di fondamentalmente negativo nel mercato azionario, nelle imprese e nella struttura creditizia ad esso relativa".  

Il giorno successivo crollarono i prezzi fino a giovedì 24 ottobre, il “giovedì nero”, quando cominciò la corsa alle vendite che causò la definitiva precipitazione di valore dei titoli. Il 29 ottobre, invece, in quello che viene ricordato come il “martedì nero” ci fu il crollo definitivo della Borsa di Wall Street.  

Seguirono drammatici suicidi di speculatori e agenti di borsa. Il crollo del mercato, oltre a colpire dapprincipio i ceti ricchi, ebbe conseguenze disastrose soprattutto per i ceti meno abbienti e poi si diffuse in tutto il paese e su tutto il sistema economico mondiale, che ormai dipendeva da quello statunitense. La disoccupazione di massa ebbe un impatto enorme e traumatico sulla politica dei paesi industrializzati.  

L’immagine più consueta all’epoca era quella delle mense dei poveri, delle marce per il pane dei disoccupati. Una ferita profonda che lacerò l’intero corpo politico del tempo. La più endemica, insidiosa e corrosiva malattia di quel tempo, seconda solo alla Prima Guerra Mondiale.  

La disoccupazione crebbe vistosamente e toccò cifre drammaticamente alte: gli Stati Uniti le persone senza lavoro erano 14 milioni, in Europa 15 milioni, causati anche dalla crisi del sistema bancario inglese, austriaco e tedesco. Emerse in tal senso una sostanziale impreparazione politica ad un cataclisma di quella portata. L’assenza di ogni soluzione a questo radicale tracollo mise in drammatico imbarazzo i responsabili della politica economica liberale

Per intravedere qualche miglioramento ci vollero altri quattro lunghissimi anni e l’avvento del presidente Franklin Delano Roosevelt che, soprattutto dopo il 1933, avviò il rilancio produttivo e industriale attraverso il celebre New Deal. Ma all’orizzonte si addensavano le nuvole nere di un’insanabile crisi politica che, nel giro di sei anni, avrebbe trascinato di nuovo il mondo intero nell’abisso di una Seconda Guerra Mondiale.