Perché abbiamo bisogno di sentirci liberi

Avvertenze

Non daremo qui una definizione di libertà (tema oltremodo analizzato in tutte le sue forme, positive e negative) ma ci concentriamo sul come essa viene vissuta ed esperita dal soggetto. Anche in questo contesto penseremo a un contesto di lavoro in classe dove questi "grandi" temi sono spesso oggetto di discussione, talvolta superficiale e troppo spesso senza una necessaria attenzione riguardo a quanto essi stiano a cuore dei discenti (molto più, ovviamente, delle definizioni che vengono loro offerte durante il corso).

Quando

Le occasioni in cui il tema può diventare oggetto di discussione sono molteplici ma per nostra esperienza possiamo circoscrivere alcuni momenti particolari:

·         Democrito o lo Stoicismo, nella classe terza

·         Tommaso Hobbs o Benedetto Spinoza, nella classe quarta

·         Rivoluzione scientifica del '900, nella classe quinta

In tutti i casi dovrebbe colpirci, come insegnanti, quanto spesso freddamente vengono assorbite certe ipotesi/teorie sull'illusorietà della libertà a favore di modelli meccanici o finalistici che pretendono che l'universo si muova secondo cause efficienti (o finali) che non lasciano spazio a nessun intervento umano (e non) arbitrario. Dovrebbe colpire perché è un chiaro segno di come i modelli filosofici proposti finiscano per diventare teoremi o idee (più o meno credibili, ma soprattutto meno) da ingoiare senza alcuna riflessione. Di fronte a una platea di adolescenti un tema come l'assenza della libertà non meriterebbe di essere liquidato come l'"idea di", ma come un invito alla riflessione sulla proprio consapevolezza di essere o meno liberi, anche quando essa (la libertà di cui ci sentiamo soggetti) sembra così scontata. Citando a memoria molte massime sul tema forse potremmo dire che la "libertà è quella cosa che nessuno conosce e per questo piace a tutti". Conoscerla, o sforzandosi di comprenderne il senso che nella nostra personale esperienza riusciamo a darle, forse la farebbe piacere meno, forse metterebbe il soggetto di fronte a un conflitto con ciò che sente di "possedere", dandola per scontata, e ciò che si rende consapevole di non saper neppure definire e quindi di conoscere, o addirittura che se focalizza come oggetto di riflessione è costretto addirittura a negare.

In tribunale

Eppure anche in contesti di vita quotidiana spesso mettiamo in dubbio la nostra libertà, in modo più o meno consapevole. Immaginiamo quanto spesso giustifichiamo ad esempio azioni, successi (o insuccessi) sulla base di condizioni familiari e/o economiche, istruzione ricevuta, opportunità esterne etc. Quando analizziamo a fondo ogni azione cercandone le cause prossime e remote ci rendiamo conto che lo spazio per la libertà, nella determinazione della volontà, è sempre più ristretto. Facilmente possiamo superare il dilemma mettendo l'accento sul fatto che la volontà non agisce solo secondo cause ma anche per fini e questi, non essendo determinabili, rende la volontà libera ma, anche ammettendo questo, seguendo il ragionamento ad esempio di Hobbes (ma sarebbe appunto solo un esempio), la volontà calcola i fini sempre a partire dalle condizioni iniziali e dalle previsioni che vengono fatte sulla base delle esperienze passate. Esperienze che essendo personali non possono essere che conosciute dal soggetto agente e quindi più che della libertà della volontà, forse dovremmo parlare della sua imprevedibilità.

Queste conclusioni non sono particolarmente difficili e come accennato poco fa riteniamo che facilmente passino nella mente di chiunque si fermi a riflettere sulle cause delle azioni non solo proprie ma anche degli altri, cosa che facciamo molto spesso. Ma allora torniamo a chiederci, perché nonostante questo, diamo così per scontata la libertà? Perché la "sentiamo", soprattutto?

Problema esistenziale?

Ammettere che ogni nostra azione sia necessariamente guidata da cause esterne alla nostra volontà, o che quindi la nostra volontà sia puramente meccanica risulta essere inaccettabile, anche se solo su noi stessi. Il perché di questo è forse facile da spiegare se lo affrontiamo da un punto di vista psicologico o esistenziale: quale sarebbe il senso della vita che crediamo di vivere se qualcos'altro o qualcun altro la vivesse per noi? Poter pensare le nostre azioni secondo dei fini è ciò che dà appunto il senso e la direzione della nostra esistenza. Poter scegliere ad esempio tra il bene e il male è indice di libertà che determina la volontà in direzione del primo evitando il secondo. Pensare che questa direzione non possa esserci (perché non poterla dare, una direzione, equivale a pensare che non ci sia) porterebbe alle conseguenze nichiliste passive dovute all'eterno ritorno nietzschiano.

Questa può essere certamente una causa del perché ci rifiutiamo di pensare la mancanza della libertà ma non giustifica il perché non riusciamo a non pensarla solo su di noi mentre siamo disposti ad accettare la sua mancanza sugli altri soggetti. Negare la libertà altrui, ad esempio la possibilità di scegliere tra il bene e il male, porterebbe ad un annullamento della morale come significato delle mie azioni che renderebbe anche la mia libertà, perlomeno, inutile.

O problema logico...

Quindi è solo una mancanza di riflessione? O lo è tale solo se riflettiamo su noi stessi?

Se guardiamo gli altri: giustifichiamo; se guardiamo noi stessi molto raramente pensiamo: non potevo fare diversamente, non ho scelto io. Ma anzi continuamente ci chiediamo quale sarà la decisione migliore da prendere, ogni momento, come se per noi non esistessero un contesto o delle cause remote che hanno già deciso per noi.  Come se, parafrasando Spinoza, la certezza della libertà della nostra volontà corrispondesse più a una ignoranza (finanche voluta) delle sue cause.

La libertà risulta essere più un bisogno che la certezza della sua realtà. Riprendendo la causa morale citata prima, in questo senso potremmo ricordare Kant e la libertà come postulato. Come potremmo giustificare la morale, la scelta tra il bene e il male, se non fossimo liberi di scegliere? Questa possibilità non offre ovviamente  nessuna conoscenza del postulato, ma rende impensabile non ammetterlo in quanto nel momento stesso in cui penso la libertà, fosse anche riflettere sulla sua impossibilità ontologica, mi sento libero di farlo. Pensare e nello stesso tempo ritenere di non essere liberi di farlo è una contraddizione logica che evidentemente non possiamo neppure calcolare.

Conclusione

Pensare la libertà risulta quindi inevitabile come esperienza stessa del soggetto nel momento in cui la pensa.


Last modified: Tuesday, 3 October 2017, 11:05 PM